S. Messa di apertura dell’Anno Accademico 2026/2027

Lunedì 5 ottobre 2026 nella chiesa di San Salvatore a Gerusalemme è stata celebrata la S. Messa di inaugurazione dell’Anno Accademico 2026-2027 dello Studium Theologicum Jerosolymitanum e dello Studium Biblicum Franciscanum, presieduta dal Ministro generale dell'Ordine dei Frati Minori e Gran cancelliere della PUA, P. Massimo Fusarelli.

Al termine della celebrazione eucaristica docenti, studenti e personale ausiliario dello SBF e dello STJ si sono ritrovati nella Curia custodiale per un momento di festa.

Omelia del Ministro generale P. Massimo Fusarelli

Messa votiva dello Spirito Santo
Letture: Gal 1,6-12; Sal 110; Lc 10,25-37

Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!

Saluto con gioia il nuovo Decano della Facoltà dello Studium Biblicum Franciscanum, Fra Matteo Munari, e il Direttore dello Studium Theologicum Jerusolymitanum, Fra Ulisse Zarza, i professori e i docenti, il personale e gli studenti delle due istituzioni. Ringrazio Fra Rosario Pierri per il servizio reso in questi anni come Decano, Fra Nicolás Márquez Gutiérrez, e con loro quanti ogni giorno si spendono per questa casa.

Sono contento di essere qui con voi. Ieri abbiamo celebrato il nostro padre San Francesco, a ottocento anni dal suo beato Transito; oggi voi riaprite i vostri studi. Mi piace che le due date stiano così vicine.

Quanti di voi hanno fatto la strada che scende da Gerusalemme a Gerico? Luca oggi ci porta proprio lì. Una trentina di chilometri, quasi mille metri più in basso, nel deserto. Non è un paesaggio inventato per la parabola: è polvere e pericolo vero. Su quella strada un uomo giace mezzo morto, e tre uomini la percorrono.

Apriamo l’anno invocando lo Spirito, e la prima cosa che il Vangelo ci chiede non è sapere di più. È vedere: «passando accanto, lo vide e ne ebbe compassione».

Paolo si meraviglia che i Galati passino così in fretta «a un altro vangelo». Tutta la lettera combatte una sola tentazione: chiudere la Buona Notizia dentro un popolo e la sua legge. L’«altro vangelo» è sempre un vangelo ristretto, tagliato sulla misura dei nostri confini. Quello di Cristo è per tutte le genti e non lascia fuori nessuno.

Qui il vostro lavoro tocca il cuore del Vangelo. Studiate la Scrittura nella terra dove la storia della salvezza si è compiuta e dove il Vangelo è stato annunciato la prima volta; la studiate nelle lingue e nei luoghi che ne custodiscono la memoria viva. Ma «la Parola di Dio non è incatenata» (2Tm 2,9). Da qui è partita subito e non si è più fermata: ha attraversato il Mediterraneo, e oggi parla in lingue che Paolo non poteva immaginare. Lo vedo anche in voi. Venite da molte parti del mondo, e in queste aule la Chiesa e l’Ordine si mostrano come sono davvero: fatti di molte lingue. Studiare insieme la Scrittura qui, a Gerusalemme, è già servire questa universalità. Ci si lascia afferrare dalla Parola per poterla consegnare a tutti.

Oggi, con lo Studium Biblicum, riprende anche lo Studium Theologicum, con la filosofia e la teologia. La parabola parla anche a voi, perché comincia con un uomo di studio. Un dottore della Legge interroga Gesù, e Gesù gli risponde con due domande: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». La prima è la domanda di chi lavora sul testo. La seconda riguarda il filosofo e il teologo: con quale ragione leggi, dentro quale fede. Poi il dottore chiede una definizione, «chi è il mio prossimo?», e alla fine Gesù gli rovescia la domanda: chi si è fatto prossimo? Il pensiero cambia posto. Smette di guardare l’uomo da lontano per classificarlo, e gli si avvicina. Esegesi, filosofia e teologia, qui a Gerusalemme, vivono dello stesso ascolto della Parola.

La parabola però ci avverte di un rischio. Il sacerdote e il levita scendono da Gerusalemme, uomini di Dio, con la Scrittura nella memoria. Anche loro vedono: Luca usa lo stesso verbo. E passano dall’altra parte. Forse non li ferma la paura dei briganti ma il timore di contaminarsi; il testo non lo dice, e voi lo sapete meglio di me. È il rovescio che insidia tutti noi: la preoccupazione di essere fedeli a Dio può farci passare oltre l’uomo.

Chi si ferma è invece un samaritano, lo straniero, quello che sta fuori. Vede anche lui. Ma di lui Luca scrive esplanchnísthē: si commosse fin nelle viscere. Nel suo Vangelo questo verbo torna soltanto tre volte. Lo dice di Gesù davanti alla vedova di Nain, del padre che vede da lontano il figlio tornare, e di questo straniero. Un samaritano sente come sente Dio.

Voi non studiate in una biblioteca al riparo dalla realtà. Studiate a Gerusalemme, in un tempo lungo di tensione e di afflizione, in una terra dove troppi innocenti soffrono. È il futuro stesso ad apparire incerto in questa Terra del Santo. Anche per noi cristiani. Continuare a studiare e a insegnare qui è già un modo di non passare oltre: tenere gli occhi su questa terra e su chi la abita. E ricordare a tutti, con i profeti, che questo dovrebbe essere il monte santo dove accorrono tutti i popoli, senza muri, una tavola imbandita per la vita.

A nome di tutto l’Ordine riconosco il valore del vostro restare qui, cari professori: insegnare oggi a Gerusalemme chiede pazienza e coraggio. Grazie! E a voi studenti dico: questi anni vi segneranno per tutta la vita. Viveteli fino in fondo, anche quando costano fatica.

Otto secoli fa Francesco morì spoglio, e ai frati non lasciò altro che il Vangelo vissuto: è quello che voi qui continuate a consegnare. Lo studio non lo spaventava. Ad Antonio permise di insegnare teologia ai frati, «purché non si estingua lo spirito della santa orazione e devozione» (LAnt 2). Temeva altro: che la Parola, senza lo Spirito, restasse lettera, esatta e muta. «Sono morti a causa della lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura» (Am VII,3).

Per questo oggi invochiamo lo Spirito Santo. Apra i nostri occhi come aprì quelli del samaritano, e tenga vivo il nostro sapere con la compassione che Dio ha riversato nei nostri cuori. Molti di voi torneranno nei luoghi da cui sono venuti e porteranno questa Parola in lingue e paesi che qui non si odono. Riprendete dunque l’anno sapendo dove porta il vostro studio. Alla crescita integrale di ciascuno e di tutti come fraternità, per alimentare e aprire al nostro tempo la missione che ci è affidata. Francesco e tanti santi ci precedono. E il Signore lo ripete a ciascuno di noi, oggi: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

Servizio a cura del Christian Media Center